Comincia a fare caldo. Da romano speravo ne facesse meno e invece anche a Bra, a due passi dalle montagne, fa tanto caldo. Eppure, ci pensavo proprio oggi, ci sono cose che segnano in modo profondamente diverso i ritmi della mia vita qui. I momenti di incontro, di pausa, di pranzo, sono scanditi in modo assolutamente nuovo. Per me. Ci voleva forse un po’ di tempo per accorgersene e le decine di volte in cui ero stato al Boccone non erano bastate. Viverci è diverso.
A Roma un piatto, un pasto, una chiacchiera in ambiente amico e quotidiano possono essere magici ma il ritmo della città aleggia intorno e influenza tempi, umori, sorrisi. E il rapporto con l’oste o il commensale non riesce del tutto a staccare con il prima e il dopo. Bene o male trascina con se i vizi metropolitani.
Qui no. Qui a Bra quando ti siedi per mangiare un boccone riesci a chiudere una pagina e a riposare davvero. A parlare d’altro e a stabilire un contatto con chi ti serve in tavola, ti sorride, ti accoglie. Tutto incredibilmente slow, ma guarda un po’…
E un piatto di tonno di coniglio o anche solo un’insalata nel nuovo dehors del Boccondivino (che serve piatti freddi della tradizione) hanno per davvero tutt’altro sapore. L’umore del presidente di Slow Food quando si siede a tavola migliora, il giornale che magari ti sei portato dietro profuma di più. E riesci a leggerlo per davvero. Intorno a te Lella, Firmino e tutta la truppa ti ristorano e si riscopre il senso di questa parola che dà il nome ad un mestiere, che qui ha un bellissimo sapore.
Ammetterai che anche il mio Roscioli in quel di Roma è molto slow, permette di staccare, tutti mi conoscono e io li conosco, si cazzeggia, ci si sfotte e quindi a ognuno il suo buen retiro.
Anche l’aria della città che c’è attorno non mi dispiace.
Beh, Roscioli è Roscioli. Diciamo che un pranzo lì mi costa quanto cinque abbondanti nel dehors del Boccone (media un piatto + dolce + birra artigianale + pane e grissini = 9euro senza sconti). Ma senza dubbio Roscioli è fantastico. Non ricordo però un mio pasto in cui non abbia parlato di lavoro, di ex lavoro, di colleghi, di pettegolezzi vari. Colpa mia, forse. O di Roma e del suo parlarsi addosso. Perdonami ma sto scoprendo la vita di campagnia e che oltre il G.R.A. c’è un mondo fantastico! ;-)
Di cosa profumava il giornale?
di bugie…
Io ci cazzeggio, incontro amici e mai parlo di lavoro se non quando faccio pranzi di lavoro, quindi programmati.
Vero, non spendo 9 euro ma neppure quello che spendono gli altri, io sono un pensionato :-))
Grande Marco, ci son finito anche io per caso all’Osteria Boccondivino e mangiai alla grande. Per di più sorpresona a fine pasto, tutto gratis offerto dal negozio musicale lì vicino a nostra insaputa (eravamo lì per acquistare degli strumenti).
Cmq ho trovato il tuo blog e mò lo seguo, adoravo Panino amore mio!
Ciao,
Steve.
Errata corrige: I giornali dicono solo bugie, i critici gastronomici “magnano” a sbafo, e non ci sono più le mezze stagioni. E dai Marco…
? mica ho capito…
Sarebbe che si tratta di ovvietà? Per me no.
Qui ci vengo da anni, conosco limiti e pregi di queste terre (qualche post fa me la sono presa con gli eccessi proteici) ma qualcosa pian piano la scopro diversa.
Per esempio i ritmi, le modalità di interazione, la qualità della vita. Quando poi questo è anche trasformato trasformabile in qualità del lavoro e professionalità direi che la cosa è parecchio rilevante.
Sono le cose che apprezzo di più, qui come a Torino. Altrimenti, ti assicuro, se non fosse anche per queste cose un romano trasferito qua sarebbe un pazzo ;-)
Non riguardava il resto ma solo la risposta sul profumo dei giornali. Solo quello. Ironica o no quella è una ovvietà, soprattutto in questi giorni. Ciao.