Mi piace il Ceppo

In queste ore si è aperto un dibattito sui risultati delle guide e in particolare su un confronto tutto romano tra Glass e Ceppo per il quale il pari merito sarebbe un’onta da lavare con il sangue, un paragone improbabile un po’ come quello tra il vino di Dettori e uno Shiraz Grenache di Yellow Tail.

Dissento.

E non già perché non sia un sostenitore del Glass. Lo sono, penso che sia una delle più belle novità negli ultimi anni della ristorazione capitolina (ed è anche uno dei locali che più mi mancano da quando vivo a 700km di distanza). Così come credo che la cucina della Bowerman sia tecnicamente e golosamente superiore a quella rassicurante del locale pariolino.

Ma descrivere il Ceppo solo per la sua immagine superficiale (quella della foto) è un errore. Il locale di Caterina Marchetti (e prima ancora di sua madre) è un gioiellino pieno di virtù, da non giudicare solo per la fauna di cariatidi provenienti dalla noiosa borghesia romana che di quando in quando lo frequentano.

Al Ceppo è uno dei primi locali ad avere ragionato di vini naturali, ad esempio. Ed è una delle carte dei vini più belle e intelligenti che io abbia mai visto. E’ un locale dalle mille facce, che vanno da una carne alla griglia fino al piatto creativo, che magari c’è solo quel giorno e che non torna più, perché è frutto di un guizzo della cucina. E’ uno dei ristoranti più affidabili di Roma, dove si sta bene e lo standard è alto e si mantiene alto. Dove quando ci sono i funghi e i tartufi (insieme a parecchi altri prodotti di stagione) vengono selezionati e serviti con cura (a Roma non capita spesso). Dove i clienti vengono sostanzialmente tutti trattati nello stesso modo. Uno di quei posti che consiglio frequentemente e in cui ho sempre voglia di tornare. E se proprio devo dirla tutta Caterina è una ristoratrice così intelligente e illuminata che se lavorassi in un quotidiano in questi giorni correrei ad intervistarla.

Una Roma nuova?

Bola RomaC’è un gruppo di giovani ristoratori che stanno facendo faville, a Roma. Sono i protagonisti di una ristorazione fatta con passione, e di loro si è già parlato, e in più di un’occasione.

Tuttavia la cosa interessante è osservarli come un gruppo che comincia ad essere coeso ed esprime iniziative e ragionamenti. Anche insieme. Un gruppo giovane, di nuova generazione, che probabilmente ha modelli e punti di riferimento diversi dal passato. Si tratta di locali come il Glass di Cristina Bowermann, All’Oro di Riccardo Di Giacinto, Settembrini di Gigi Nastri, Acquolina di Giulio Terrinoni, Pipero di Danilo Ciavattini (i nomi indicati sono quelli degli chef, n.d.r.). In questi ultimi mesi hanno fatto grandi sforzi per migliorarsi ma anche per provare a fare gruppo. E il risultato si è visto, nel piatto e nella capacità di resistere anche ad un periodo non semplice come quello che stiamo attraversando.

A tutti loro un mio personale incoraggiamento. I complimenti e tanta stima.